Investitori biotech segnatevi questo nome: Galapagos NV

Scritto il alle 10:16 da cerealkiller

Ho spesso fatto cenno alla compagnia di cui parlo oggi, Galapagos NV, senza però approfondire il discorso. Il motivo è semplice, non sapevo quanto potesse essere utile parlare di una società della quale non è semplice poter diventare azionista, essendo belga.

Morphosys, altro gioiello ai miei occhi, la si può acquistare con diverse piattaforme online (lo dico per esperienza estremamente diretta), Galapagos NV richiede qualche sforzo in più. Oggi però rompo gli indugi, io vi racconto qualcosa, se poi la merce interessa, trovare la strada migliore per arrivare alle azioni sarà compito vostro. Oh, non è che voglia fare pubblicità a chicchessia, ma mi risulta che con Binck si possa operare sul titolo… altrimenti alzate la cornetta.

Questa è la pipeline che non comprende i prodotto in fase preclinica o ancora in fase di ricerca. Come potete vedere, il più avanzato è solo in fase 2a, ma è stato capace di strappare uno dei più grandi accordi in termini monetari e di prestigio che abbia mai visto in questo settore. L’accordo riguarda il gigante Abbott e GLPG0634 ed il potenziale supera in scioltezza il miliardo di dollari.

Galapagos & Abbott, accordo a nove cifre.

Le cose sono andate più o meno così: scorso novembre dati di GLPG0634 nel trattamento dell’artrite reumatoide, scorso febbraio accordo con Abbott. Abbott, per chi non lo sapesse, ha in faretra Humira, anti-TNF approvato in mezzo mondo anche per il trattamento dell’artrite reumatoide. A dirla tutta, per quel che ne so, Humira è il maggior blockbuster in questa fetta di mercato che vale miliardi di dollari ed è proprioin quest’ottica si inserisce l’accordo stipulato con la belga Galapagos.

Valore complessivo dell’accordo 1,35 miliardi di dollari. 150 milioni sull’unghia, 200 milioni legati a obiettivi clinici a breve termine ed il restante miliardo al raggiungimento di step riguardanti lo sviluppo, l’approvazione e la vendita del farmaco. Per contro, Abbott acquisisce i diritti mondiali del farmaco e si impegna a pagare royalties sulle future vendite in doppia cifra. Galapagos, il giorno dell’annuncio ha toccato ed oltrepassato i 13 euro, con un 20% color verde speranza.

La cifra complessiva è impressionante, ma Humira vende per quasi 8 miliardi di dollari ed i dati rilasciati da Galapagos, anche se limitati nel numero di pazienti, offrono buone ragioni per essere estremamente ottimisti. Chiaro, un mercato così redditizio fa gola a chiunque, la concorrenza quindi si spreca. Il nemico numero uno, se così si può chiamare tofacitinib di Pfizer (PFE). Se proprio vogliamo trovare un numero due (ma in quel posto del podio potrebbero essercene altri), anche Incyte ha un farmaco con delle similitudini: INCB28050. Tutti questi composti hanno qualcosa in comune, appartengono ad una delle classi di farmaci più hot del settore farmaceutico, gli JAK inibitori.

Ne ho parlato in passato a proposito di Pacritinib, di Jakafi (AKA Ruxolitinib) e di CYT387 ma qui siamo di fronte a qualcosa di differente, visto che il farmaco di Galapagos è l’unico JAK1 inibitore in fase di sperimentazione clinica. GLPG0634 è quasi 30 volte più selettivo nei confronti della Janus chinasi 1 rispetto alla JAK2, Tofacitinib lo è circa 10 volte, INCB28050 di Incyte è uno JAK1/2 inibitore, nella sostanza. CYT387 di YM Biosciences (YMI), che tanto desta interesse per via dell’effetto positivo sull’anemia nei pazienti affetti da mielofibrosi, è meno di due volte più selettivo verso la JAK1 (IC50 di 11, 18, 155, e 17 nM rispettivamente per JAK1, JAK2, JAK3 e TYK2).

Oh, vi ho già detto che Galapagos, prima di scegliere Abbott (si, ho scritto scegliere) ha condotto trattative con 12 possibili partner. Dodici. Quali sono i dati che hanno permesso un simile accordo?

GLPG0634 è stato testato in una fase 2 randomizzata (due bracci attivi a diversi dosaggi vs placebo) ed in doppio cieco su pazienti con artrite reumatoide (RA) naive a trattamenti biologici.

Questi i risultati:

L’artrite reumatoide (RA) è una patologia autoimmune per la quale vengono erroneamente attaccati tessuti sani da parte dell’organismo del malato. Ciò conduce ad una serie di infiammazioni a carico delle articolazioni che rendono dolorosi e complicati anche movimenti che normalmente si compirebbero senza problemi.

Dolore ed infiammazione sono stati per lungo tempo i bersagli delle cure per i pazienti con RA, ai quali venivano quindi curati i sintomi, piuttosto che la causa della malattia.

La terapia moderna moderna si basa su farmaci normalmente chiamati DMARDS fra quali il Methotrexate (da qui in poi MTX) rappresenta il farmaco principale. In 3 casi su 4 l’MTX funziona, rallenta il decorso della malattia, allevia i sintomi ed impedisce l’altrimenti inevitabile invalidità permanente. In un caso su 4 invece questo non accade, si fa quindi ricorso ai farmaci biologici: anti TNF, anticorpi monoclonali come rituximab, farmaci che riescono ad intervenire direttamente sui meccanismi che causano l’infiammazione.

Gli anti-TNF impiegati nella terapia hanno target extracellulari come le citochine che sono coinvolte nel processo infiammatorio, l’avvento nella pratica clinica degli Janus chinasi inibitori ha spostato il target verso i segnali intracellulari nel pathway JAK-STAT ed ha il vantaggio di essere assumibile oralmente, a differenza di Humira e dei farmaci a cui facevo cenno prima, per i quali serve un’iniezione, ma su questo ci torniamo magari dopo.

E dopo i biologici quindi, arrivano gli JAK inibitori.

Veniamo a noi e ai dati di GLPG0634. Diamo uno sguardo all’immagine che ho messo qualche riga più su.

ACR 20, 50 e 70 sono criteri di valutazione riferiti, fra le altre cose, al dolore dei pazienti. ACR 20 indica una riduzione minima del 20% delle articolazioni nelle quali si prova dolore, allo stesso modo ACR 50 e 70 indicano una diminuzione del 50% e del 70% rispettivamente. Vi risparmio i dettagli.

GLPG 0634 dopo 4 settimane garantisce un ACR20 dell’83% prendendo in considerazione tutti e due i bracci attivi. Il risultato è statisticamente ineccepibile ed è ottenuto prendendo in considerazione l’incredibile 91% della somministrazione di 200 mg totale, ripartita in due assunzioni da 100 mg e del 75% dell’assunzione in un unica volta di 200 mg. Il trend rimane immutato anche per quanto riguarda gli altri indicatori, sempre meglio del placebo (anche se la statistica va a farsi benedire, ma è solo una questione di ampiezza dello studio), meglio per la somministrazione due volte al giorno. Anche il DAS28 (sempre acronimi che indicano la funzionalità delle articolazioni, in questo caso sono 28, vi risparmio l’elenco) mostra un vantaggio considerevole e qui il p value è basso quanto la mia voglia di svegliarmi all’alba e mettermi a fare jogging.

L’ultimo dato è interessante e riguarda il dosaggio della proteina C reattiva, siamo quindi di fronte ad una misurazione slegata dal dolore e per certi versi più indicativa. Qui la differenza fra il somministrare la stessa quantità di farmaco in un unica soluzione o in due è ribaltata, in ogni caso i numeri non lasciano spazio ad interpretazioni ambigue.

Mettiamo i dati in prospettiva, diamo uno sguardo alla concorrenza in fase di sviluppo avanzata. Oh, non la tiro lunga perché il conteggio delle parole contenute nell’articolo indica che sto già alzando il livello della noia.

Tofacitinib è in attesa di approvazione da FDA dopo che l’ente regolatore, qualche settimana fa, ha rinviato la data prevista per il responso di tre mesi. La richiesta è basata su due studi denominati ORAL Step e ORAL Standard che hanno visto il farmaco impiegato in oltre 1300 pazienti con AR da moderata a grave che non hanno tratto beneficio da trattamenti precedenti (compresi MTX e TNF inibitori). ORAL Step ha arruolato 611 pazienti che sono stati randomizzati a ricevere placebo o due dosaggi del farmaco di Pfizer. L’ACR20 dopo 3 mesi è stata del 58,9% per tofacitinib a 5 mg; 65,7% per tofacitinib a 10 mg e 26,7% per ilbraccio di controllo.

Studio ORAL Standard, qui si va sul complicato. 717 pazienti, sempre due dosaggi di tofacitinib, uno di placebo e uno di adalimumab, crossover dei pazienti che a 3 mesi non raggiungono l’ACR20 e successiva randomizzazione ad uno dei due bracci di tofacitinib. ACR20 a 6 mesi: 51,5% tofacitinib a 5 mg; 52,6% a 10 mg; 28,3% placebo e 47,2% per adalimumab.

Incye ed Eli Lilly con il loro INCB28050, dati presentati al’EULAR a giugno.

301 pazienti che non traggono beneficio da MTX randomizzati per ricevere il farmaco a 1,2,4,8 mg o placebo per 12 settimane di trattamento al termine delle quali pazienti dosati a placebo o al dosaggio inferiore sono stati randomizzati nuovamente del bracci a dosaggio superiore dello JAK inibitore.

Dati a 12 settimane quindi (quelli a 24 settimane arriveranno fra non molto, direi all’American College of Rheumatology a novembre): ACR20 57% per il dosaggio a 1 mg; 54% per quello a 2mg; 75% per il dosaggio a 4 mg; 78% per ilquello a 8 mg contro il 41% del placebo. Il resto lo vedete nell’immagine qui sotto.

 

 

Come si può notarei dosaggi a 1 e 2 mg sono poco interessanti, da differenza fra 4 e 8 mg non molto accentuata, ma si nota una precisa corrispondenza fra dosaggio ed efficacia.

 

 

I dati che vi ho fornito sono solo un tentativo di darvi ordini di grandezza, visto che comparare studi clinici differenti è sempre un azzardo. GLPG0634 è impressionante, se visto in quest’ottica. Ha dalla sua l’efficacia, la velocità nel raggiungere l’obiettivo ed un profilo di tollerabilità ottimo.

Ci sono anche i contro. Necessita conferme, visto che il numero di pazienti è ancora basso e la fase 2a è stata svolta in un unico centro e prima di uno studio registrativo potrebbe volerci ancora tempo.

Il potenziale però è smisurato.

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