Manovra Finanziaria Monti: giusto tagliare la spesa ma non è SPENDING REVIEW

Scritto il alle 17:58 da Agata Marino

 Monti sta facendo il contrario di quello che dovrebbe fare, il debito pubblico si cura con la crescita che assorbirà la disoccupazione, allora si capisce che la crescita va messa al primo posto, allora Monti afferma che dopo la politica del rigore la crescita e’ piu’ forte, Monti vuole che il consumo in Italia diminuisca e che aumenti l’export, in tale modo il surplus finanzia il debito pubblico, noi dobbiamo lavorare di piu’ consumare di meno e vendere di PIU ‘ all’estero creando surplus finanziari, il ragionamento a livello economico e’ giusto, pero’ esso si scontra contro gli equilibri sociali raggiunti in Italia, equilibri che ultimamente si stanno mettendo in discussione, la cura dimagrante in primis la devono fare i politici poi metteranno le mani in tasca gli italiani, ma cio’ non sta succedendo con Monti, non siamo stati capaci di livellare gli stipendi dei parlamentari ai livelli europei, la commissione a cio’ preposta ha gettato la spugna perché non e’ riuscita a fare i calcoli. Penso che sia l’ora di un governo politico che faccia cosa gli italiani si attendono. raccapricciante pensare che ci sia AMATO PER SALVARCI (Spending review) … EPPURE LA STORIA DOVREBBE INSEGNARE qui

ALTRA BOTTA TAGLI SANITA’ CON DIMINUZIONE POSTI LETTO

Entro il 30 novembre si dovrà raggiungere lo standard di 3,7 posti letto per 1000 abitanti, arrivando a un taglio stimato in circa 18mila letti tra pubblico e privato accreditato, con una quota di pubblico ‘puro’ che deve essere “non inferiore al 40% del totale”. E’ quanto prevede la versione finale del decreto spending review.Nella norma sulla rideterminazione dei posti letto si specifica anche che la riduzione deve avvenire “esclusivamente attraverso la soppressione di unità operative complesse.

Le “disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati” sulla carta mantengono le promesse della vigilia riguardo alla dimensione quantitativa degli interventi. 2,5 miliardi nel 2012 e circa 11 miliardi a regime. Basteranno a scongiurare l’aumento dell’Iva, almeno fino a metà 2013, ad estendere ad altre 55.000 persone la salvaguardia per gli esodati, a finanziare la ricostruzione in Emilia. Avranno un impatto quasi nullo sull’aggiustamento fiscale (il saldo netto a regime è di circa un miliardo) ma contribuiranno a riequilibrarne la composizione: meno tasse e più tagli alla spesa.
Nonostante vi siano misure apprezzabili e si enuncino intendimenti per certi versi rivoluzionari, come quello di dimezzare entro la fine dell’anno il numero delle province, bisogna però dire che questa non è una spending review. Buona parte dei tagli è affidata a misure di carattere generale, senza che vi sia una chiara analisi delle relative conseguenze.

Un esempio è la riduzione delle piante organiche (-20 per cento per i dirigenti e -10 per cento per il personale non dirigenziale).

Si tratta chiaramente di un taglio lineare. Simile il discorso per quanto riguarda la sanità, dove non c’è identificazione e contenimento degli sprechi, ma semplicemente fissazione di tetti di spesa.
Rimane il quesito di fondo: sono tagli veri? 
A riguardo rimangono molti interrogativi.

Vediamone alcuni.

Che implicazioni hanno i tagli lineari alle piante organiche sugli effettivi (inferiori in genere agli organici)?

È stata fatta una mappatura degli esuberi?

Quanti degli esuberi potranno essere gestiti con pensionamenti e quanti con le procedure di mobilità?

E, nel primo caso, di quanto verranno intaccati i risparmi della riforma delle pensioni? In quali tempi tutto ciò avverrà?

Ancora, quali sono gli effetti dell’accorpamento delle Province?

Si parla di risparmi per 7 miliardi. Ma come si realizzeranno?

Con esuberi di personale?

Gestiti come?

Le nuove province avranno minori competenze amministrative?

Significa che  una parte delle competenze attuali verranno devolute ai Comuni?

E verranno trasferite a questo scopo anche le risorse finanziarie?
Quello che manca è, insomma, una serie di piani industriali, settore per settore, amministrazione per amministrazione, che è quello che si intende quando si parla di spending review. Si potrà obiettare che non c’è stato il tempo per farlo perché operazioni di questo tipo richiedono tempo e un impegno importante, in termini di persone coinvolte nella mappatura degli esuberi e nell’identificazione degli sprechi. Ma è l’obiezione che sentiamo da decenni.

Non sarebbe il caso, finalmente, di cominciare?

COME DIFENDERSI DAL CONTAGIO DEI TITOLI SOVRANI?

La fiducia sui titoli sovrani e bancari in tutti i paesi periferici dell’Europa continua a scendere. Cosa possono fare i paesi a rischio, e l’Italia in particolare, per evitare il contagio? L’evidenza empirica mostra che nella crisi sono divenuti più importanti tre fattori: il livello del debito pubblico, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. E allora è forse utile accelerare privatizzazioni e dismissioni; diluire nel tempo il consolidamento fiscale; e sul mercato del lavoro puntare su forme di flessibilità salariale che riducano il rischio di licenziamenti.

“Contagio” è oggi la parola d’ordine in Europa. (1) Nonostante il salvataggio del governo greco da parte della troika UE-Fmi-Bce, e il pesante taglio imposto a proprietari delle obbligazioni greche, i mercati non si sono sentiti rassicurati circa la permanenza della Grecia nella zona euro. Il sollievo portato dai risultati delle recenti elezioni greche è infatti evaporato nel giro di ore. Allo stesso modo, la decisione da parte dell’Unione Europea di versare circa 100 miliardi di dollari alle banche spagnole non è stata sufficiente a convincere gli investitori internazionali che il cordone ombelicale fra Stato e banche iberiche sia stato reciso. Dunque, la fiducia sui titoli sovrani e bancari in tutti i paesi periferici continua a scemare, come si evince dal rialzo dei tassi di interesse e degli spread sui Cds (Credit Default Swap). E le diverse proposte sul tavolo europeo, dall’“unione bancaria”, agli “Eurobonds” (Eurobills, Project bonds, Redemption funds, e altre ipotesi), all’“unione fiscale” continuano a esistere solamente nel regno dei sogni (o degli incubi, a seconda di chi debba pagare il conto). (2)
La questione del contagio è dunque se la fuga dei capitali dai paesi periferici investirà in pieno anche l’Italia trasformandosi in una fuga dall’euro, e sua finale disintegrazione. Per affrontare la questione e capire cosa possano fare i paesi a rischio, e l’Italia in particolare, per allontanare questo scenario, è utile analizzare la recente evidenza empirica sui Cds dei sovrani europei.

OSSERVANDO I CDS

In una ricerca in corso all’università di Bologna abbiamo analizzato l’andamento dei premi pagati giornalmente per assicurarsi dal rischio di default sovrano, gli spread dei Cds. (3) Abbiamo osservazioni giornaliere (1.630) per il periodo che va dal 10 gennaio 2006 al 29 marzo 2012 per quindici paesi europei, undici dei quali appartengono alla zona dell’euro (Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Grecia, Portogallo, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Finlandia), e quattro dei quali che non vi appartengono (Svezia, Norvegia, Regno Unito e Irlanda del Nord, Danimarca). Mediante tecniche econometriche, siamo in grado di separare, per ciascun paese, la parte del premio del Cds che può essere considerata “importata” da fuori, spiegabile cioè dal “contagio” proveniente dai rischi di default degli Stati non europei, europei, e da quelli pertinenti alle banche europee, rispetto a quella parte dovuta a fattori di rischio “domestici”, attribuibile cioè alla valutazione che il mercato assegna al rischio specifico del singolo Stato sovrano. Quando accade che questa componente “idiosincratica” schizzi verso l’alto contemporaneamente in molti paesi, possiamo parlare di “panico”: un fenomeno che potrebbe essere dovuto a diversi fattori: un comportamento “a gregge” (herd behavior) degli investitori, come quello che si verifica quando qualcuno urla “al fuoco” in un cinema e tutti si buttano verso l’uscita; un aumento generale dell’avversione al rischio del mercato, quando gli investitori , anticipando una maggiore probabilità d’insolvenza, disinvestono improvvisamente e tutti fuggono insieme da un’area di paesi considerata a rischio.

RISCHI SOVRANI NELLE DUE CRISI

La figura 1 mostra l’evoluzione del “rischio idiosincratico” per i paesi del campione. I periodi della crisi dei mutui subprime degli Stati Uniti (settembre 2008 e marzo 2009) e la crisi greca (intorno a novembre 2009) sono evidenti nei dati, poiché si vede chiaramente che i “salti” dei rischi idiosincraticisi raggruppano proprio in coincidenza con questi episodi.

Per quanto riguarda l’impatto delle crisi, i paesi si dividono in tre “taglie”: piccola (Finlandia, Germania e Norvegia), media (Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Francia, il Regno Unito e l’Austria tendente sul versante alto) e grande (i paesi “periferici”).
In particolare, mentre il terremoto dei mutui subprime degli Stati Uniti scuote tutti i paesi europei, anche se in misura diversa (Irlanda, seguita da Austria e Regno Unito sono i paesi più colpiti, per motivi dovuti al ruolo delle loro istituzioni finanziarie), la crisi greca investe pressoché esclusivamente i paesi dell’euro. Norvegia, Svezia, Regno Unito e Danimarca, che non appartengono alla Eurozona, non vengono colpiti. Ma le differenze all’interno dell’area euro sono almeno altrettanto grandi, con Francia, Belgio, Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo che mostrano picchi molto alti e ricorrenti del rischio idiosincratico. Per spiegare perché negli episodi di crisi un paese è più vulnerabile di un altro non basta evidentemente l’appartenenza alla comune area dell’euro.

IL RUOLO DEI FONDAMENTALI FUORI E DENTRO LA CRISI

Vogliamo capire quali sono, se ci sono, le ragioni economiche che spiegano queste differenze tra i rischi dei paesi. Le analisi econometriche sulle determinanti delle differenze nel comportamento dei vari paesi ci dicono che nei paesi dell’Eurozona, tre fattori sono divenuti nella crisi più importanti. (4)

1) Il livello del debito pubblico (che aumenta il rischio): durante la crisi gli investitori riscoprono il debito pubblico. Infatti accade che l’aumento del rischio è in media più elevato nei paesi in cui il rapporto debito pubblico-Pil è più alto.
2) Il tasso di crescita, che – quando c’è – riduce significativamente il rischio;
3) Il tasso di disoccupazione: l’economia reale diventa più importante all’interno della crisi, nel senso che i mercati tendono ad attribuire un maggior rischio di insolvenza a quei paesi che hanno maggiore tasso di disoccupazione e minor crescita.
Vi è inoltre un’altra differenza interessante con il periodo pre-crisi: i rischi sistemici dei paesi diventano sensibili al giudizio delle agenzie di rating (questa variabile non era significativa al di fuori della crisi).
Alla luce di questi risultati viene da chiedersi se non sia utile: 1) accelerare davvero privatizzazioni e dismissioni; 2) diluire nel tempo il consolidamento fiscale, una volta abbandonato il mito dell’expansionary consolidation; 3) sul mercato del lavoro puntare principalmente su forme di flessibilità salariale che riducano il rischio di licenziamenti anziché rendere meno costosi i licenziamenti nel mezzo di una recessione.

(1) Cfr. Paolo Manasse e Giulio Trigilia, “The fear of contagion in Europe”, http://voxeu.org/index.php?q=node/6722
(2)
Cfr. Paolo Manasse, “My name is Bond, Euro Bond”, http://voxeu.org/index.php?q=node/5936
(3)
Questo articolo è basato sulla tesi di laurea Luca Zavalloni alla Laura magistrale in economia (Lmec) presso l’università di Bologna, e su una ricerca in corso con Paolo Manasse.
(4) Per maggiori dettagli tecnici si veda la versione in inglese di questo articolo su http://www.paolomanasse.blogspot.com o su http://www.voxeu.org

* Il testo in lingua originale è pubblicato su Vox.

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