Recessione, banche e stati: la sfida a scacchi contro il fallimento

Scritto il alle 12:40 da Agata Marino

Sappiamo tutti che le imprese sono la maggior parte sotto i 10 dipendenti, bisognerebbe chiedersi il motivo.

Non è il problema dell’art18 (o almeno non solo) ma in questi anni le imprese che investivano in momenti di crisi si sono trovate a dover pagare tasse con gli studi di settore che invocavano a tutti i costi un certo volume d’affari stabilito dallo Stato quando in realtà ogni azienda aveva una sua particolare storia, e dover pagare più del dovuto ha reso il terreno non fertile per crescere.
Un paese dove si è tartassati e dove tanto se tu chiudi a fronte c’è un ‘altro che apre: così è andato avanti per anni e per volere dello Stato.

Non per niente ci differenziamo dagli altri paesi per le microimprese che tra l’altro dimostrono la voglia del voler fare ma le statistiche dimostrano pure…come nei primi 5 anni di vita queste muoiono.

Viene da ridere quando di recente le stesse associazioni imprenditoriali artigiane si vantavano di riuscire a mantenere anno per anno l’esistenza dello stesso numero di imprese ma senza capire o chissà facendo finta di non capire che questo comunque era dettato da un volere politico per privilegiare le lobby, il costo della politica e loro stesse come associazioni con poltrone affidate a politici trombati.

Ora stiamo andando veramente nel baratro. Inutile dire che gli incentivi dati per mettersi in rete tra imprese sono solo nebbia negli occhi ma in realtà questo paese è già morto colpito dalla burocrazia tasse lobby e costo della politica.

La mia meraviglia è che rimane sempre e comunque “quel voglia di fare… di intraprendere” ma purtroppo è dettata dalla sopravvivenza E QUANDO FINISCE C’è LA DISPERAZIONE.

Già abbiamo detto come funziona e cosa deve sopportare un imprenditore:

 la gente lavora e mette su un’attività, poi la  inizia e le aziende non pagano, il piccolo imprenditore continua a pagare i dipendenti e ad un certo punto la banca chiama e avverte che deve rientrare perchè i fidi sono stati ridotti….

Poi arriva lo stato che pretende i pagamenti e considera reddito anche quello che il piccolo imprenditore non ha a sua volta avuto come pagamento dai clienti, poi deve pagare i dipendenti ma non avendo credito e fidi in banca  SENZA SOLDI non può farlo, però potrebbe licenziarne un paio per riuscire a pagare gli altri ma ora dovrebbe dare 27 mensilità.

Intanto i fornitori smettono di inviare i prodotti che servono per produrre nella piccola azienda e ora le strade sono due: la prima sono gli strozzini CON TASSI DA USURA, la seconda è il suicidio… tutta la tua vita ti crolla e i tuoi sacrifici non sono serviti a nulla… e lo stato è ASSENTE E PRETENDERA’ COMUNQUE LA  SUA  FETTA  DAGLI EREDI…

Mentre i dati congiunturali di fine 2011 e inizio 2012 certificano un peggioramento della congiuntura economica europea, il superindice Ocse suggerisce che le cose andranno meglio nel secondo semestre 2012.

Non per tutti allo stesso modo. Per ora le prospettive di miglioramento riguardano Germania e Regno Unito, non Italia, Francia e Spagna.

Ma le differenze di prospettive in Europa sono anche una sfida a cogliere le opportunità che la ripresa degli altri presenta anche a chi ancora non vede l’uscita dal tunnel e la grande responsabilità di tutto ciò è di uno stato assente che non obbliga le banche a fare le banche.

I dati sulla crescita del Pil del quarto trimestre 2011 e i dati mensili su produzione industriale, ordini e vendite dei primi mesi 2012 certificano un peggioramento della congiuntura economica europea.

Ma il superindice Ocse – l’indice riassuntivo che anticipa ciò che succederà all’economia dopo sei mesi – suggerisce che le cose andranno meglio quasi dappertutto nel secondo semestre 2012. “Quasi dappertutto” ha però un significato ben preciso: significa che in Europa le prospettive sono oggi rosee per Germania  e Regno Unito, ma non per Italia, Francia e Spagna.

LA RECESSIONE DI OGGI source

Nel 2011 i timori di una recessione mondiale erano all’ordine del giorno.

Nella tabella che riporta la crescita trimestrale del Pil dei G20 nel 2009-11 si vede che le cose sono andate molto diversamente: la recessione è stata ed è per ora solo una questione europea.

Anche in Europa, veramente, le cose non sono andate ugualmente male per tutti. C’è chi ha continuato a crescere, anche nell’ultima parte del 2011, con dati poco sopra lo zero (Francia e Finlandia) o molto sopra lo zero (Polonia, Lettonia e Lituania). Il meno 0,3 per cento dell’eurozona e della Ue a 27 del quarto trimestre 2011 deriva sostanzialmente dai numeri negativi di Germania, Regno Unito e Italia. Per alcuni paesi europei (Grecia, Portogallo, Italia, Irlanda e Spagna, prima di tutto, ma anche Belgio e Olanda) i numeri negativi del quarto trimestre si sono sommati ad altri numeri negativi per il trimestre precedente.

La recessione in solitaria di metà dell’eurozona è la conseguenza della crisi dei debiti sovrani che ha ridotto la fiducia di famiglie e imprese nell’autunno 2011 e intaccato la possibilità di adottare politiche fiscali di sostegno alla domanda, soprattutto ma non solo nei paesi cosiddetti periferici dell’area euro.
Poi è arrivato l’inverno 2012 che per i paesi europei si è dimostrato anche più freddo delle stagioni congiunturali precedenti. I dati per la produzione industriale dell’area euro nei primi mesi del 2012 sono inferiori di un punto e mezzo rispetto al loro valore dello stesso periodo del 2011 e per più di dieci punti percentuali rispetto ai loro valori pre-crisi.

Con le stesse eccezioni che nel caso del Pil: in Germania, la turbo ripresa del dopo crisi ha riportato i livelli di produzione ai livelli pre-crisi nell’aprile 2011, prima del nuovo rallentamento degli ultimi mesi.

Tre anni per recuperare quanto si è perso durante una recessione sono un’eternità usando la metrica delle recessioni “normali”.

Non oggi.

Negli altri paesi dell’area euro, le cose sono andate ben peggio che in Germania. In Italia, nell’aprile 2011, prima che iniziasse la recessione del secondo semestre 2011, alla produzione industriale mancavano ancora 17 punti per ritornare ai livelli di aprile 2008. Ora, con la nuova recessione, la produzione industriale italiana è a meno 22 punti rispetto all’aprile 2008, a soli 3 punti di distanza dal minimo decennale dell’aprile 2009. I dati di fatturato e ordini sono meno drammatici ma il loro trend è molto simile a quello della produzione. Nell’industria italiana, dopo il crollo del 2008-09, non si è mai risaliti ai livelli pre-crisi.

Poi è arrivata la nuova recessione, soprattutto per le aziende attive sul mercato interno.
I punti mancanti di produzione industriale hanno un chiaro equivalente sul mercato del lavoro: il mancato riassorbimento della disoccupazione, mai scesa sotto il 10 per cento nell’area euro e mai sotto l’8 per cento in Italia. I due punti di disoccupazione in più rispetto al 2008 si sentono nei carrelli della spesa, per la prima volta anche nei negozi della grande distribuzione.

Le vendite al dettaglio in valore nell’area euro sono inferiori di due punti percentuali rispetto al febbraio 2011.

Con un’inflazione annua non lontana dal 3 per cento, le perdite di volumi di vendita  rispetto all’anno precedente si contano in punti percentuali, non in decimi di punto. Eccezion fatta per la Germania, naturalmente.

UN SECONDO SEMESTRE 2012 PIÙ ROSEO. SOLO PER QUALCUNO

Malgrado il brutto inizio, il 2012 potrebbe però ancora essere un anno diviso in due. Le speranze – flebili con gli occhi di oggi – sono affidate ai valori assunti dal superindice Ocse, l’indice riassuntivo che spesso anticipa ciò che succederà all’economia dopo sei mesi – con rilevanti margini di errore, bisogna ricordare – perché calcolato sulla base di variabili che misurano la fiducia di famiglie e imprese, l’inflazione attuale e il portafoglio ordini delle imprese industriali.

Il superindice Ocse relativo al mese di marzo 2012 dice che il secondo semestre 2012 in Europa potrebbe essere un periodo di de-coupling, un periodo cioè in cui l’andamento di qualche paese  – nello specifico: Germania e Regno Unito – potrebbe essere migliore a quello di altri paesi europei afflitti da problemi specifici (tra cui purtroppo l’Italia, oltre a Francia e Spagna).

Come riportato dall’agenzia giornalistica Asca, “il superindice Ocse prosegue il suo trend positivo, a febbraio, guadagnando 0,2 punti, a quota 100,5. (..) Giappone e Stati Uniti proseguono a mostrare forti segnali di svolta nell’attività economica con i superindici a quota 101,1 e 101,3.

Anche il superindice dell’Eurozona mostra una potenziale situazione di svolta positiva nell’attività economica (..) ma con differenze tra i paesi membri, tra la situazione di Italia e Francia, di debolezza economica e Germania, in situazione positiva”.

Purtroppo la previsione Ocse assomiglia a quella del Fondo monetario internazionale che assegna all’Italia una crescita di -2,2 per il 2012 con una coda negativa anche nel 2013.  Se l’Ocse e il Fmi hanno ragione, l’Europa marcerà ancora a due velocità come già dopo la crisi 2009. E se sarà così, vuol dire che, passata la temporanea boccata d’ossigeno garantita alle banche e ai mercati finanziari dalla liquidità della Bce negli ultimi mesi, i mesi a venire potrebbero portare nuovi e brutti chiari di luna per l’euro.

Non ci sono rimedi semplici a questa situazione: la via fiscale alla crescita è preclusa dagli alti debiti pubblici mentre i piani di aggiustamento fiscale e le cosiddette “riforme economiche” richiedono sempre sulla Voce tempo per produrre risultati positivi.

LA RIPRESA DEGLI ALTRI E LE SUE OPPORTUNITÀ

Nel mezzo di una recessione, c’è insieme bisogno e scarsità di buone notizie. Le previsioni Ocse ne portano soprattutto una: il mondo non ha davanti a sé una recessione generalizzata. In un mondo in cui gli scambi internazionali sono ormai la più potente leva di trasmissione dei cicli economici, il fatto che i due paesi più grandi del mondo (Usa e Cina) non cadano in recessione e che il più grande esportatore del mondo – la Germania – ne possa uscire tra pochi mesi è insieme una buona notizia e una sfida a cogliere l’opportunità che la ripresa degli altri presenta anche a chi ancora non vede l’uscita dal tunnel. Non è molto, ma è qualcosa.

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