CRISI FINANZIARIA: il salvataggio dell’Europa passa per la creazione degli eurobond e dalla conseguente nascita di una federazione europea.

Scritto il alle 09:56 da [email protected]

 

 

Fedele alla sua linea europeista, la Süddeutsche Zeitung sostiene che “il salvataggio dell’Europa” passa per la creazione degli eurobond e dalla conseguente nascita di una federazione europea.

Se l’euro e il progetto storico e inedito dell’Europa unita devono essere salvati, tocca agli stati più forti contribuire con i loro tesori più cari: la Germania con il suo denaro, la Francia con la sua sovranità…

I tedeschi “devono accettare gli eurobond, o l’euro morirà”, assicura il quotidiano. Quanto ai francesi, potrebbero coronare la loro politica europea del dopoguerra impostata soprattutto sul controllo della potenza economica tedesca. Tuttavia, sottolinea il quotidiano,

se l’Europa deve emettere bond federali come quelli statunitensi deve trasformarsi in una federazione, con un ministro delle finanze europeo, un parlamento comune che controlla il budget e un presidente della Commissione eletto a suffragio diretto e che rappresenti l’unità del continente. […] Per fare in modo che ciò accada, la Francia deve cedere molta più sovranità. Chi ricerca la grandeur nel mondo di domani non la troverà attraverso lo stato nazione, ma attraverso l’Europa unita. source

on l’esaurirsi delle alternative, l’unione politica e fiscale sembra sempre più probabile. I piani per realizzarla potrebbero emergere già al vertice del 28 e 29 giugno.

Ecco un indice della velocità con la quale si sta evolvendo la politica della crisi dell’euro: soltanto due settimane fa l’attenzione generale era puntata in modo quasi eccessivo sul nuovo presidente francese François Hollande, che giurava a Parigi nelle vesti di Monsieur Crescita per poi precipitarsi verso la sua prima missione,  sfidare Frau Austerity d’Europa, la cancelliera Angela Merkel.

“Occorrono nuove soluzioni. Ormai è tutto sul tavolo”, aveva assicurato Hollande, lasciando intendere che avrebbe costretto Merkel a togliere la pinza dal naso e a prendere in considerazione quelle cose che a Berlino risultano sgradite perché emanano cattivo odore – prima di tutto gli eurobond – aggiungendo che la Germania avrebbe potuto risolvere la crisi in un colpo solo accettando di garantire il debito di Spagna, Grecia, Italia e via dicendo. Impossibile.

Sabato scorso il braccio di ferro “crescita contro austerity” aveva già fatto un passo indietro, quando Merkel ha cambiato le carte in tavola a Hollande. È  infatti arrivato il suo turno di dichiarare che non devono esserci tabù nell’affrontare le opzioni più difficili con le quali sono alle prese i leader europei mentre aspettano di vedere che cosa accadrà in Grecia e in Spagna, e pianificare le loro prossime mosse nell’importante vertice di fine mese  che si profila sempre più decisivo.

È sembrato che Merkel non alludesse soltanto al bluff di Hollande, ma a quello della Francia intera. Annunciando che non può esserci disaccordo sull’elenco delle priorità della zona euro, ha inteso mettere sul tavolo misure radicali e federaliste che comportano una perdita graduale della sovranità nazionale per ciò che compete le politiche di bilancio, fiscali, sociali, delle pensioni e del mercato del lavoro, finalizzata a forgiare una nuova unione politica europea entro i prossimi cinque-dieci anni.

Rieccoci quindi agli Use, gli Stati Uniti d’Europa, quanto meno per ciò che concerne la zona euro. Una simile “unione politica”, in virtù della quale ogni paese membro  cederebbe i propri poteri fondamentali a Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo, è sempre stata lontanissima da quello che i francesi erano disposti a prendere in considerazione.

Berlino invece adesso sta lanciando un messaggio chiaro: se deve accollarsi la colpa di quelli che considera i fallimenti altrui, dovranno esserci azioni graduali ma incisive per l’integrazione, per procedere in direzione di un’unione bancaria, fiscale e in definitiva l’unione politica di tutta l’eurozona. Si tratta di un concetto controverso che Merkel non ha sempre appoggiato. Ora che la crisi si è fatta  incandescente, tuttavia, pare proprio che non le resti alternativa.

Nelle prossime tre settimane assisteremo a un’attività frenetica volta a perseguire questo obiettivo. Saranno tre settimane in cui il quartetto di “risolutori” dell’Ue correrà da una capitale all’altra per tastare il terreno. Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo; Mario Draghi, capo della Banca centrale europea; Jean-Claude Juncker, leader dell’eurogruppo, e José Manuel Barroso, capo della Commissione europea, dovranno infatti portare al summit del 28 e 29 giugno dell’Ue un piano di integrazione della zona euro. Tutti e quattro sono decisi federalisti europei.

Prima del vertice si svolgeranno le fatidiche elezioni in Grecia e quelle del parlamento francese, e sembra che il tempo stia volgendo al termine anche per il settore bancario spagnolo. Il ministro delle finanze di Madrid,  Luis de Guindos, dice che il destino dell’euro sarà deciso nel corso di queste settimane in Spagna e in Italia.

Il cambiamento radicale nell’integrazione su cui si sta rimuginando non salverà la Grecia, non sanerà le banche spagnole, non farà uscire l’Italia dalla crisi né porrà rimedio in tempi brevi alla crisi dell’euro.

I leader forse sono rimasti a corto di tempo, hanno esaurito le riserve di politica del rischio calcolato e gli appelli dell’ultimo momento che hanno caratterizzato la cosiddetta “gestione della crisi” negli ultimi 30 mesi. Sperano, tuttavia, che presentando una strategia a medio termine per un’unione politica e fiscale nella zona euro finiranno col persuadere i mercati finanziari di essere effettivamente decisi a salvare l’euro, che la valuta è ormai irreversibile, e che prima o poi il fuoco della crisi si spegnerà.

Un altro trattato

L’impatto di questo “progetto” – se mai dovesse decollare – sarà enorme. Logicamente, servirà un nuovo trattato europeo. E metterlo a punto sarà complicato. Probabilmente, poi, servirà anche una nuova Costituzione tedesca, che potrebbe rivelarsi un passo eccessivo.

Il “deficit democratico” di cui tanto si parla si allargherà in modo esponenziale senza una revisione radicale dei presupposti elettorali del governo della zona euro. Che motivo ci sarebbe a votare un governo in Slovenia, per esempio, se in un’unione politica dell’eurozona le politiche fiscali, di spesa, delle pensioni e del lavoro fossero decise a Bruxelles?

Emergerebbe così un’Europa a due velocità,  ancora più arroccata, nella quale le decisioni più importanti sarebbero prese all’interno della zona euro e non nell’Ue a ventisette o ventotto.

Il divario tra il Regno Unito e lo zoccolo duro dell’Europa potrebbe diventare incolmabile e alimentare il rancore reciproco, ponendo fine al travagliato rapporto tra Londra e Bruxelles, anche se l’“unione politica” è proprio ciò che David Cameron e George Osborne stanno sostenendo, definendola una “conseguenza logica inesorabile” legata al fatto di condividere una medesima valuta.

Arrivati ormai al terzo anno consecutivo di confusione, i leader europei si trovano davanti una scelta quanto mai complicata: la morte dell’euro o la nascita di una nuova federazione europea.

Per l’analisi sul salvataggio delle banche spagnole vi segnalo questo articolo QUI

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