Riforma del lavoro: basta licenziare più facilmente un dipendente per attrarre investimenti stranieri?

Scritto il alle 10:43 da balrock@finanzaonline

In questi giorni si parla molto della riforma del lavoro e delle modifiche all’ articolo 18, in pratica si vuole permettere di licenziare più facilmente i dipendenti. Ma basta questo da solo a far tornare investimenti dall’ estero? Mi riferisco a chi vorrebbe aprire un’ attività nella nostra penisola, se foste uno straniero, verreste ad aprire un’ impresa in Italia?

I problemi più comuni sono la lunghezza degli iter burocratici per aprire un’ azienda e la pressione fiscale alle stelle. Entriamo nei dettagli con qualche esempio per vedere che i licenziamenti facili da soli non bastano, possono solo far respirare le aziende in difficoltà, ma il calo del PIL italiano è da attribuirsi in gran parte al crollo dei consumi.

Per quanto riguarda la pressione fiscale nel Bel Paese secondo la CGIA di Mestre, abbiamo raggiunto la cifra record del 68,5% degli utili a fronte di una media europea del 43,4% e mondiale del 44,8%. Secondo il Paying Taxes 2012, studio compilato ogni anno dalla Banca Mondiale e dalla PricewaterhouseCoopers, il livello della tassazione complessiva delle imprese, non solo è il più alto d’Europa, ma anche uno dei peggiori del pianeta: l’Italia è 170esima su 183 Paesi presi in esame.

Per quanto riguarda i tempi lunghi per chi si avvia nell’ avventura di aprire un’ attività in Italia, è indicativo il caso dell’ IKEA per due megastore mai realizzati a Vecchiano (Toscana) e a La Loggia (Piemonte), due piani di sviluppo mancati a causa un lungo percorso a ostacoli, pur rispettando norme e istanze, senz’alcuna pretesa di scorciatoie preferenziali. In pratica per “sette anni buttati”, tra lentezze burocratiche, pastoie e veti, ingenti investimenti e nuovi negozi da quindicimila metri quadrati, sono stati dirottati altrove, dopo aver atteso per sette anni il via libera dalle amministrazioni locali, mentre la media europa è di 3-5 anni.

Mancano le certezze nell’ investimento, chi viene da noi non sà quando finisce e quanto spende, troppi enti sono coinvolti nelle decisioni, le pratiche passano più volte da una scrivania all’altra e il procedimento si allunga senza ragione.

Cè anche il caso della British Gas che ha rinunciato al progetto del rigassificatore a Brindisi dopo 10 anni di attesa, per autorizzazioni, ricorsi, commissioni e rimpalli tra enti locali senza aver raggiunto nessun risultato. Anche la spagnola Gas Natural Fernosa che da sette anni attende l’autorizzazione per l’impianto di Trieste. La colpa è sempre dell’inconfondibile italian style che costringe le aziende a barcamenarsi tra lungaggini burocratiche necessarie per ottenere le dovute autorizzazioni e l’ormai sempre più diffusa sindrome di Nimby (non nel mio giardino) che fa spuntare come funghi comitati e associazioni che ostacolano la realizzazione di progetti anche di pubblico interesse. Viene prima l’ interesse individuale rispetto a quello generale, soltanto nel 2010 gli investimenti esteri sono calati del 20%.

 

Pierluigi Vecchia, program manager di Po Valley Energy, multinazionale del gas australiana che opera nel settore della ricerca, esplorazione e produzione di idrocarburi liquidi e gassosi e che attualmente gestisce 12 licenze minerarie soprattutto nel Nord Italia, «ma per i nostri impianti Sillaro in Emilia Romagna e Cascina Castello in Lombardia abbiamo impiegato rispettivamente nove e 12 anni, il tutto in un clima abbastanza sereno con i residenti».

Ci sono problemi addirittura per farsi allacciare la corrente elettrica, si impiegano più di 6 mesi contro le due sole settimane in Germania. Come si può pensare di attrarre di nuovo investimenti esteri? Di sicuro non basta soltanto ritoccare l’ articolo 18, con questa pressione fiscale, i tempi lunghi e non certi per aprire una qualsiasi attività, i costi dei dipendenti, ecc…………….. restano sempre più allettanti altri lidi. Di esempio è l’ India che in una puntata di ” Presa Diretta “, viene in Italy con promesse di rilevare aziende note, ma in realtà compra il marchio, chiude l’ azienda e trasferisce tutto nel proprio territorio rivolgendosi ad un mercato di medi acquirenti. puntata del 4 marzo 2012

 

Nella classifica del del fare business in modo facile e trasparente, siamo all’ 87° posto ( ecco qui il link ).

E QUI, l’ ultimo rapporto completo di Doing Business, se vi interessa.

Diventeremo un popolo di consumatori senza un reddito?

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1 commento Commenta
artes
Scritto il 21 marzo 2012 at 10:46

bal mi dai il numero..di quella sulla foto… 8) :lol::lol::lol::lol:

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