La finanza “misterica” del Vaticano

Scritto il alle 18:51 da carloscalzotto@finanza

Che un laico sia costretto a lasciare la presidenza dello Ior (Istituto opere di religione, quello diretto un tempo da Marcinkus & co.) non farebbe notizia.

Ma se la ragione è il dissenso tra un vecchio marpione della finanza italiana, come Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale Paolo Cipriani, evidentemente “nucleo di controllo” per conto della segreteria di stato (ovevro di Tarcisio Bertone); e se la materia del contendere è l’applicazione delle (molto blande) regole sulla “trasparenza finanziaria“, beh, rimane sorpreso anche l’organo di Confindustria….

Sappiamo dalle cronache che il sistema finanziario internazionale si fa beffe di qualsiasi regola. Segno che sono aggirabili quasi a piacere, specie per chi la “vocazione globale” ce l’ha nel dna fin dalla nascita, 2.000 anni fa. Ma la segretezza, nello Stato teocratico che ha sepolto il boss Renato De Pedis in Sant’Apollinare insieme a altre ossa in corso di identificazione, non sembra essere mai abbastanza.
Che non si fa per garantire il Paradiso a noi, povere anime peccatrici… source

Gotti Tedeschi lascia la presidenza dello Ior dopo un braccio di ferro sulla trasparenza finanziaria Carlo Marroni
Il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, ha lasciato l’incarico, che ricopriva dall’ottobre 2009. La decisione – da tempo nell’aria – è arrivata oggi nel corso del consiglio di sovrintendenza della banca vaticana. É l’epilogo di un duro braccio di ferro tra Gotti Tedeschi e ambienti vaticani sull’applicazione della legge sulla trasparenza finanziaria e sulla conduzione degli affari dell’ente, gestiti in prima battuta dal direttore generale Paolo Cipriani.
Le funzioni per il momento passano al vice presidente, il tedesco Ronaldo Hermann Schmitz.
La crisi al vertice della massima istituzione finanziaria d’Oltretevere è scoppiato all’inizio dell’anno, quando è stata varata una legge che ha messo in discussione la precedente riforma delle finanze vaticane. A fine 2010, infatti, era stata varata con un Motu Proprio di Benedetto XVI una completa revisione delle procedure relative alle transazioni finanziarie – anche a seguito dell’indagine della magistratura di Roma su alcuni trasferimenti, e che avevano portato al sequestro di 23 milioni (poi dissequestrati) e l’iscrizione nel registro degli indagati di Gotti Tedeschi e Cipriani.
La riforma ha istituito l’Aif, autorità di informazione finanziaia, alla cui testa è stato messo il cardinale Attilio Nicora – alora capo anche dell’Apsa, potente dicastero del patrimonio – dandogli poteri molto ampi di controllo. Ma lo scorso 25 gennaio – su impulso del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e del capo del governatorato, cardinale Giuseppe Bertello, molto vicino al “primo ministro” papale – è stata varata una legge interna che ha di fatto ridotto questi poteri, dando ampie deleghe di controllo alla Segreteria di Stato, al Governatorato e alla Gendarmeria.
Questa nuova normativa è stata contestata da Nicora e dallo stesso Gotti, e lo scontro è arrivato sui giornali (i “Vaticaleaks”). Ma anche Moneyval – il gruppo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio – ha messo in serio dubbio la rifoma, come emerso nella recente visita Oltretevere e negli incontrio di settimana scorsa a Strasburgo con una delegazione della Santa Sede.
Il braccio di ferro si è consumato nelle ultime settimane, e anche i “canali di comunicazione” dentro lo Ior tra presidente e direttore generale si erano da tempo di fatto interrotti.

Ai quattro consiglieri “laici” (il cda, di fatto) è arrivato dalla terza Loggia oggi il messaggio che Gotti non aveva più la fiducia della Segreteria di Stato, ma il presidente – a quanto risulta – ha evitato un pronunciamento e alla riunione si è presentato dimissionario.

E ha lasciato il Torrione Niccolò V, la cassaforte del Papa.
da Il Sole 24 Ore

Per non parlare dello scandalo sui documenti riservati

Vaticano: più coltelli che fratelli

Arrestato il “maggiordomo” per la fuga di documenti riservati dalle stanze del Pontefice. Guerra senza esclusione di colpi in Vaticano. Uno scontro interno che dura da sessanta anni sulle ragioni della crisi della Chiesa e della “verità rivelata”.

Sembrano cronache di altri tempi. Un uomo, Paolo Gabriele, detto “Paoletto”, aiutante di camera del Pontefice,è stato arrestato dalla gendarmeria vaticana. Il maggiordomo – classico colpevole in tutti i gialli – è accusato di essere la talpa, o meglio il corvo, che ha fatto trapelare all’esterno delle mura vaticane alcuni documenti sulla guerra interna che dilania, non da oggi, le gerarchie della Santa Sede e il vertice della cristianità. Secondo alcune fonti, ci sarebbe un altro corvo, una donna laica ma residente all’esterno del Vaticano (e quindi non arrestabile dalla gendarmeria vaticana).

Questi fatti si incrociano inevitabilmente con un altro: la defenestrazione avvenuta giovedi scorso di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere ritenuto vicino a Comunione e Liberazione, da Presidente della banca vaticana: il famigerato Ior. Ad avvicinarlo alla finestra sembra siano stati due acerrimi nemici come il Segretario di Stato Vaticano, mons. Tarcisio Bertone e un altro ex banchiere di dio come Cesare Geronzi. Fin qui la cronaca e di questo sembrano accontentarsi i maggiori quotidiani. Gli scheletri nell’armadio dello Ior richiederebbero e richiedono una attenzione del tutto particolare. Ma qui ed oggi intendiamo segnalare altri aspetti.

La caccia e l’identificazione dei corvi, il clima fosco, i sospetti e gli intrighi nelle ovattate stanze vaticane, tirano molto di più di una indagine sul “perchè” dentro il Vaticano sia emerso uno scontro così feroce e senza esclusione di colpi. I segnali non mancavano e non da oggi. Proviamo a ricostruirli:

C’è uno scontro storico che deriva dal Concilio Vaticano II dell’ottobre 1962 con il quale la cupola della Chiesa Cattolica cercò di evitare che la modernizzazione che aveva investito la società del dopoguerra relegasse al palo e al passato la “verità rivelata” della cristianità. Dallo scontro in sede conciliare nacque negli anni successivi la scissione dei seguaci di Mons.Lefebvre e la loro successiva scomunica. Secondo i lefvbreviani, terrorizzati dalla crescente influenza sulla società dei maestri del dubbio (Hegel etc.) e del marxismo, “La Chiesa non produce sufficienti anticorpi per superare questa crisi, di cui il modernismo, sotto papa san Pio X, è stato un segnale di avviso”.

Gli scissionisti daranno vita alla “Fraternità San Pio X” con la quale l’attuale pontefice Benedetto VI (Ratzinger) sta cercando in tutti i modi di ricucire. Lo farà con un atto unilaterale (il Motu Proprio) del 14 luglio 2007 che ha reintrodotto la possibilità di celebrare la messa in latino e poi il Decreto del 21 gennaio2009 nel quale si afferma che i seguaci della Fraternità San Pio X non sono scismatici né scomunicati. Da allora è stata stabilita una sorta di commissione bilaterale tra Vaticano e lefevbriani che sta portando avanti colloqui che si svolgono regolarmente, colloqui nei quali i tradizionalisti non intendono in alcun modo rinunciare ad affrontare il “grande tabù ecclesiastico contemporaneo, la questione scottante per eccellenza” ossia i guasti prodotti – a loro avviso – dal Concilio Vaticano II del 1962.

Papa Ratzinger è pienamente consapevole della crisi della Chiesa Cattolica e si avventura in tentativi di porvi rimedio. Tra questi, come cardinal Ratzinger prima e come Papa Benedetto XVI poi, si è posto sin dall’inizio del pontificato l’obiettivo di mettere fine alla scissione con i lefevbreviani. A marzo del 2005, ancora come cardinale, segnalava come “la Chiesa ci sembra una barca che stia per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti”: Nove mesi dopo, il 22 dicembre 2005 e da pontefice, riconosceva che “Nessuno può negare che, in ampie parti della Chiesa, la ricezione del Concilio sia avvenuta in modo piuttosto difficile”.

Ma la crisi del Vaticano e della sua pretesa di essere “verità rivelata” e dunque dogma indiscutibile nelle sue scelte, come abbiamo visto è pre-esistente al pontificato di Benedetto XVI. Dopo l’elezione di Papa Woytila, nella curia romana si era diffuso un sentimento profondo “Mai più un papa che non sia della Chiesa di Roma” ossia un pontefice italiano. La rivincita della Curia, alla morte di Woytila, sembrava a portata di mano, ma gli squilibri-equilibri interni tra i cardinali portarono invece ad un nuovo papa straniero: il “tedesco” Ratzinger, teologo, intellettuale ex responsabile della Congregazione della Dottrina della Fede, dunque commissario ideologico del Vaticano. Una nuova sconfitta dunque che la Curia non l’ha mai digerita scatenando una guerra di logoramento dentro e contro il pontificato di Benedetto XVI, una guerra che i tentativi di ricomposizione con gli scismatici della Fraternità San Pio X ha accentuato notevolmente.

Da una parte dunque il segretario di stato Bertone (uomo della Curia) e probabilmente il card. Bagnasco (presidente della potentissima Cei, la Conferenza dei vescovi italiani) dall’altra Papa Ratzinger e molti cardinali stranieri. Una guerra prima sotterranea ed ora emersa, senza esclusione di colpi. Difficile accettare che il colpevole sia solo “il maggiordomo”.

Documentazione utile. Una inchiesta del 1999 di Contropiano giornale sul “Vaticano come potenza globale”

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