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Governo RENZI: ecco il disastro che ha lasciato

Scritto il alle 11:05 da Paolo Cardenà
Non solo l’immobilismo sul fronte della crisi delle banche italiane (di cui ho detto QUI), ampiamente sottovalutata dal governo Renzi, e gli scarsissimi risultati sul fronte della crescita economica, nonostante condizioni esterne irripetibili; ma anche conti pubblici fortemente deteriorati in un ambiente connotato da scarse speranze sul fronte della crescita.
L’articolo che segue è tratto da L’Huffington post e fa il punto della situazione.
Cosa lascerà la befana del presidente Renzi? L’Iva al 25% nel 2018 e al 25,9% nel 2019. Le mance elettorali contenute nella manovra sono state inutili considerata la vittoria del No al referendum costituzionale. Eppure le mance rimangono. Nel contempo rimangono due cose: l’azzeramento del deficit strutturale di bilancio nel 2019 e il rinvio dell’aumento dell’Iva.
Che significa? Che il futuro presidente del Consiglio (Renzi stesso, Padoan, Grasso o Franceschini) dovrà trovare 19 miliardi nella prossima manovra per il 2018 e 23 miliardi nella manovra per il 2019. Altrimenti scatteranno le clausole di salvaguardia. Dove troverà quei soldi? Facendo tagli oppure mettendo nuove tasse: infatti non potremo più rinviare l’aumento dell’Iva emettendo altro debito perché dobbiamo ridurre fino ad azzerarlo nel 2019 il deficit strutturale di bilancio. Vediamo come si è arrivati a questa situazione attraverso tre spunti.
1) Legge di bilancio disattende impegno di maggio di Padoan con Moscovici e Dombrovskis: deficit 2017 sale da 1,8 a 2,3%.

Il 16 maggio 2016, in una lettera ufficiale, i Commissari europei Dombrovskis e Moscovici hanno concesso un deficit per il 2016 al 2,3%, solo a condizione che il Ministro Padoan si impegnasse per iscritto all’obiettivo di un rapporto Deficit/PIL per il 2017 pari all’1,8%. E Padoan, il 17 maggio, ha dovuto inviare una lettera di rispostanella quale confermava tale impegno.
A maggio Bruxelles non ha aperto la procedura di infrazione solo grazie a tale impegno. Oggi il governo Renzi, con la Legge di Bilancio approvata ieri al Senato, non ottempera a tale impegno, chiede una flessibilità dello 0,5% e porta il deficit strutturale di bilancio per il 2017 al 2,3%. Il 21 maggio su la7 obiettai all’On. Roberto Gualtieri che l’impegno del Ministro Padoan ad abbassare il deficit all’1,8% per il 2017 non sarebbe stato adempibile.
E, come previsto, l’impegno in Legge di Bilancio non è stato adempiuto. Vediamo l’annullamento delle clausole di salvaguardia nell’analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) effettuata nel documento Rapporto sulla politica di bilancio 2017.
2) Servono 19 miliardi per evitare Iva al 25% nel 2018. E 23 miliardi per evitare Iva al 25,9% nel 2019
Come evidenziato in tabella 1, per il 2017, l’annullamento delle clausole di salvaguardia è l’intervento più importante nella Legge di Bilancio: esso vale lo 0,9 per cento del PIL, 15,3 miliardi: 6,95 miliardi servono per evitare che l’Iva agevolata passi dal 10 al 13%, 8,1 miliardi servono per evitare che l’Iva ordinaria passi dal 22 al 24%, 220 milioni per evitare l’incremento delle accise.
L’anno prossimo, nella manovra per il 2018, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia ci costerà 19,5 miliardi: sempre 6,9 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva agevolata dal 10 al 13%, e 12,2 miliardi per evitare che l’Iva ordinaria passi dal 22 al 25%. Non è finita qui. Nella manovra del 2018 per il 2019 la sterilizzazione ci costerà 23,2 miliardi. Non solo 6,9 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva agevolata dal 10 al 13%, non solo 12,2 miliardi per evitare che l’Iva ordinaria passi dal 22 al 25%: questi sono i costi per sterilizzare le clausole precedenti. Si aggiungeranno nuove clausole: nel 2018 serviranno altri 3,6 miliardi per evitare che l’Iva arrivi dal 25 al 25,9%.
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3) Ufficio parlamentare di bilancio: flessibilità 2017 imporrà stangata fiscale nel 2019 e aggraverà crisi
Ora è importante ricordare due passaggi: 1) noi usiamo la maggior parte del deficit per evitare l’aumento dell’Iva; ci indebitiamo per evitare l’aumento delle imposte: tale aumento è la clausola di salvaguardia per Bruxelles qualora non facessimo tagli equivalenti nel bilancio dello stato; 2) poiché il governo si è impegnato nel 2019 ad azzerare il deficit strutturale di bilancio, poiché il governo scrive che nella manovra del 2018 serviranno 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva, nel 2018 cosa succederà?
Se non possiamo più indebitarci per annullare l’aumento dell’Iva, dovremo tagliare 23 miliardi nelle spese dello stato. E qui è interessante cosa fa notare l’UPB nella tabella 2. Nel grafico abbiamo tre curve che rappresentano il deficit programmatico nel DEF 2016, nella Nota di aggiornamento al DEF 2016 e nel Documento Programmatico di Bilancio (DPB). Nel DEF 2016, il consolidamento fiscale, quindi l’aumento delle tasse (o i tagli) necessari per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2019 erano concentrati nel 2019 senza toccare il 2018.
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Ora invece cosa accade: per fare più deficit nel 2017 (dall’1,8% pattuito al 2,3% oggi richiesto, ovviamente sempre rispetto al PIL), Renzi è stato costretto ad aumentare la riduzione del deficit strutturale di bilancio nel 2018. Quindi, il deficit del 2017 evita l’aumento dell’Iva: l’espansione fiscale ha un effetto anticiclico che è evidenziato dalla freccia rossa verso il basso.
Poi nel 2018-2019 la restrizione fiscale ovvero il possibile aumento dell’Iva dovuto all’impossibilità di indebitarci, ha un effetto pro-ciclico ed è evidenziato dalla freccia rossa verso l’alto. Conclusione? La Fiscal Stance, l’indirizzo economico prima moderatamente espansivo poi restrittivo della politica di bilancio sull’andamento macroeconomico, aggraverà la crisi. Soluzioni? Ricontrattare i trattati Ue e investire prima di avvitarci definitivamente nella recessione.

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1 commento Commenta
bene71
Scritto il 12 dicembre 2016 at 11:17

AUSTERITY O SPESA IN DEFICIT? METTETEVI D’ACCORDO

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