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Crisi: Il fallimento delle politiche Europee

L’Europa attraversa una crisi di identità senza precedenti.
Le previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea sono lo specchio fedele del fallimento delle politiche fino ad oggi realizzate.
E senza un deciso cambio di rotta il 2015 rischia di divenire un Annus Horribilis

L’Europa attraversa una crisi di identità senza precedenti. Le previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea (martedì 4 novembre) non sono solo lo specchio fedele del fallimento delle politiche fino ad oggi realizzate, piuttosto manifestano la difficoltà di intraprendere delle politiche economiche capaci di portare fuori dalla crisi l’Europa. Se anche Jyrki Katainen, Vicepresidente della Commissione europea per la crescita, sostiene che “La situazione economica e dell’occupazione non sta migliorando con sufficiente rapidità. La Commissione europea si impegna ad avvalersi di tutti gli strumenti e le risorse disponibili per aumentare la crescita e l’occupazione in Europa. Proporremo un piano di investimenti di 300miliardi di euro per rilanciare e sostenere la ripresa economica. L’accelerazione degli investimenti è infatti il perno della ripresa economica”, qualcosa nella Commissione comincia a muoversi.

Lo shock ciclico del PIL intervenuto a partire dal 2008, per quasi tutti i Paesi di area euro, ha prodotto danni persistenti nel sistema economico. Non solo le imprese tendono a contrarre gli investimenti, mentre l’occupazione perde competenze con effetti cumulativi, ma la persistenza del processo “ciclico” negativo, via effetto isteresi, intacca le capacità produttive del sistema economico nel suo insieme.

In altri termini la crisi ha eroso la crescita futura dell’Europa, mentre il modello di equilibrio utilizzato dalla Commissione Europea (OTM) avvicina sempre di più la crescita potenziale e quella reale. Nei fatti cresce la disoccupazione strutturale, cioè quella sulla soglia della crescita dell’inflazione, mentre la crescita del PIL potenziale, cioè sostenibile senza spinte inflattive, restando al solo caso dell’Italia, diventa addirittura negativa (Cottarelli, Giammusso, Porello).

Ma questo è anche l’esito dell’errato modello utilizzato dalla Commissione Europea ed applicato testardamente per disegnare politiche economiche pro-cicliche: recessive quando il PIL cala, espansive quando il PIL cresce. Esattamente il contrario di quello che servirebbe. Una vera assurdità economica e politica!

L’Europa si trova così davanti a un bivio. Un bivio che può essere rappresentato da un prima della crisi (2001-2007) e un dopo la crisi (2008-2014).

Nei 7 anni pre-crisi la crescita del PIL ha registrato un valore cumulato prossimo al 14% per i Paesi di area euro, che diventa negativo (-0,4%) nei 7 anni successivi. Sono in particolare i Paesi che hanno adottato pedissequamente le politiche europee a manifestare la maggiore differenza e sofferenza. L’Italia passa da una crescita cumulata del 9% tra il 2001 e il 2007, ad una crescita negativa del 9% tra il 2008 e il 2014. Proprio ieri l’OCSE ha previsto una crescita dello 0,2% per il 2015, penultima tra i Paesi G20.

Valori migliori registra la Francia: rispettivamente +12,7% e +1%, ma la crescita del PIL potenziale si riduce a decimali. Persino la Germania passa da una crescita del 10% ad una crescita “modesta” del 5,7%. Inevitabilmente gli investimenti fissi seguono il ciclo economico, anzi contribuiscono a peggiorarlo. Se nel periodo tra il 2001 e il 2007 gli investimenti crescono del 17% per l’area euro, a partire dal 2008 registrano una contrazione del 20,6%. L’Italia è il paese che ha la maggiore divaricazione tra il periodo pre-crisi e il dopo. Infatti, tra il 2001 e il 2007 questi crescono del 15%, ma durante la crisi crollano del 35%. La Francia fa solo un poco meglio dell’Italia, ma il segno non è molto diverso: passa dal +20% al -15%.

La caduta del PIL potenziale e di quello effettivo, soprattutto per responsabilità delle politiche di austerità adottate come conseguenza del modello economico di riferimento dell’UE, ha fatto crescere il rapporto debito/PIL nonostante le politiche di contrazione della spesa pubblica, di deregolamentazione del mercato del lavoro e di liberalizzazione dei beni e servizi. Anzi, meglio sarebbe dire, a causa della ottusità di queste politiche.

Se nel periodo precedente la crisi la crescita del PIL ha permesso di ridurre il rapporto debito/PIL (o di mantenerlo almeno stabile), con il 2008 questo è cresciuto inesorabilmente ed inevitabilmente, incluso in Germania benché abbia beneficiato di fattori eccezionali: il valore implicito più basso dell’euro-marco (40%) e politiche pubbliche coerenti con il rafforzamento dell’export. Potremmo anche considerare la quota di debito pubblico “grigio” presso le loro casse deposito e prestiti, ma il senso non cambia.

Quindi oggi le politiche economiche europee attraversano una fase persino molto più grave per credibilità di quella che sino a ieri le caratterizzavano. Le previsioni autunnali della Commissione sono, in qualche misura, lo specchio fedele della “incredulità” di quello che accade. Incredulità che diventa patetica se prendiamo le proiezioni di crescita per il 2015. Se dovessimo utilizzare la distanza tra le previsioni iniziali di crescita e il consuntivo degli anni passati, per l’Europa possiamo attenderci una crescita negativa tra il -1 ed il -1,5% per il 2015, mentre per l’Italia possiamo stimare una contrazione non inferiore al 2%.

È una ipotesi inaccettabile anche per i custodi dell’ortodossia. Le politiche monetarie non funzionano perché non arrivano là dove sarebbero più utili, nel mentre si riduce la domanda di credito in ragione delle prospettive per il futuro. source

Il 2015 rischia di divenire un “Annus Horribilis”. Qualcosa accadrà perché l’Europa non può consumare un ennesimo anno come o peggio di quello appena trascorso. Qualche segnale si manifesta. Peccato che abbiamo una direzione politica incapace di riprogettare una Europa che esca dalla depressione ed all’altezza della sfida che l’attende.

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