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Crisi economica, povertà e i Governi dopo Berlusconi

Scritto il alle 12:08 da Agata Marino

La crisi economica si sta espandendo molto più velocemente di quanto avevamo previsto e, l’area della povertà assolutaha colpito 1 su dieci italiani nel 2014.

Il Fisco incassa, in assenza di crescita e di ripresa dei consumi il Paese vede aggravarsi la recessione e lo stato comatoso in cui si trova.

A preoccupare Confcommercio, insieme agli altri problemi aperti, tra cui i mancati pagamenti della Pubblica amministrazione alle imprese, è il numero in aumento dei disoccupati (3 milioni, per un tasso dell’11,7%), degli «scoraggiati» (680mila) e dei cassintegrati (200mila). Da qui la decisone dell’organizzazione guidata da Sangalli di varare un nuovo indicatore macroeconomico mensile, battezzato Misery index. Un dato per tutti: l’Italia, in cinque anni, ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno.
ma ecco la notizia

“Non siamo ottimisti. Tutte le variabili economiche sono in peggioramento dal 2007.

Meno occupazione, produttività stagnante e pressione fiscale particolarmente elevata implicano minori consumi”.

Questo il sunto dell’analisi messa a punto dall’ufficio studi di Confcommercio e spiegata dal direttoreMariano Bella in occasione della pima giornata del Forum di Cernobbio in merito alla situazione e le prospettive dell’economia italiana.

La Confederazione ha così abbassato lo stime di crescita italiana già nel  2013 e anche nel 2014: per quest’anno il Pil è previsto in calo dell’1,7% rispetto alla flessione dello 0,8% indicato cinque mesi fa.Nel 2015 il Pil invece dovrebbe crescere dell’1%, anche se, sottolinea il direttore, si tratta di una quantità insufficiente a fare recuperare al Paese quanto perduto nel 2014.

Non va meglio ai consumi, che per quest’anno in Italia sono attesi in diminuzione del 2,4% contro la precedente previsione di -0,9%, mentre il prossimo anno dovrebbero aumentare dello 0,3%. Bella ha ricordato che “abbiamo alle spalle il peggiore anno dell’Italia repubblicana in termini di caduta dei consumi“, dopo che il 2012 si è chiuso con una flessione dei consumi del 4,3%, “e l’intonazione delle attese di cittadini, lavoratori e imprese, non è certo favorita dall’attuale clima politico”.

“La fiducia delle famiglie è ai minimi storici – prosegue Bella – come le immatricolazioni di autovetture a persone fisiche. La fiducia rilevata dall’Istat presso gli imprenditori del commercio è molto inferiore addirittura ai minimi raggiunti nella prima parte del 2009″.

poveri in ItaliaDecisamente allarmante la situazione dei poveri in Italia. “Volendo azzardare una previsione dell’evoluzione di questa grandezza, siamo portati a valutare in oltre 4 milioni le persone assolutamente povere nella media del 2013, rispetto al dato certificato dall’Istat di 3,5 milioni circa per il 2011. Considerando che le persone assolutamente povere erano meno di 2,3 milioni nel 2006, dobbiamo riconoscere che l’Italia, in cinque anni ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno, per un totale di un milione e 120 mila poveri assoluti aggiuntivi tra il 2006 e il 2011″, ha detto il direttore spiegando i risultati del Misery Index, il nuovo indicatore di disagio sociale di Confcommercio.

Sorprendenti i dati sul lavoro. Dallo studio emerge che gli italiani lavorano più sia dei tedeschi e sia dei francesi, ma producono di meno. In particolare, gli occupati italiani lavorano 1.774 ore a testa, il 26% in più dei tedeschi e il 20% in più dei francesi. Analizzando invece il Pil per ora lavorata i tedeschi producono il 25% in più degli italiani, i francesi quasi il 40% in più. Confcommercio rileva inoltre che i lavoratori indipendenti in Italia lavorano quasi il 50% in più del dipendente medio, 2.338 ore contro 1.604.
Ripeto e stra ripeto: se non obblighiamo le banche a fare le banche e a imprestare i soldi alle imprese la situazione diventerà sempre più disperata: sino a quando, per un ritardo o per un pagamento andato non a buon fine ma poi coperto… esiste una Crif… che non considera il periodo e applica segnalazioni anche di due anni… e sino a quando le imprese sono strozzate da una parte dalle banche e dall’altra dallo stato… la situazione è questa che segue

.Ma di questo problema ne ho già straparlato in diversi articoli tipo QUESTO

MA ANALIZZIAMO I DATI ISTAT SULLA POVERTA’ OSSERVANDO COSA HANNO FATTO I VARI GOVERNI ARRAFFAZZONATI CHE ABBIAMO AVUTO DOPO BERLUSCONI:

con l’articolo di Massimo Baldini

I dati Istat certificano l’aumento della povertà in Italia. E la politica come risponde? L’analisi delle conseguenze di alcune scelte dei Governi Letta e Renzi mostra che la capacità del sistema di tax-benefit di sostenere i redditi nei momenti di crisi è bassa. Il reddito di inclusione sociale.

POVERTÀ IN AUMENTO

Negli ultimi anni, a causa della crisi, la diffusione della povertà nel nostro paese è decisamente aumentata. Secondo i dati diffusi dall’Istat il 14 luglio, nel 2013 il 7,9 per cento delle famiglie italiane si trovava in povertà assoluta, una percentuale quasi doppia rispetto al 4,1 per cento del 2007. In quell’anno erano povere assolute 975mila famiglie, un numero salito a 2,03 milioni nel 2013. In termini di individui, l’incidenza della povertà assoluta è passata nello stesso periodo dal 4,1 per cento (2,4 milioni) al 9,9 per cento (6 milioni, un italiano su dieci).
Alla luce di questa dinamica, è sempre più importante chiedersi in quale modo le scelte di policy possano incidere sui redditi dei poveri. Le loro condizioni non risentono infatti solo del ciclo economico, ma anche degli interventi su imposte e trasferimenti. Nel periodo 2011-2013 il segno delle politiche pubbliche in Italia è stato sicuramente restrittivo e l’austerity ha coinvolto sia le spese che le entrate.
Il recentissimo rapporto della Caritas “Il bilancio della crisi” fa il punto sulle politiche contro la povertà in Italia. Qui ne riassumiamo un capitolo, che quantifica le conseguenze di alcune scelte del Governo Letta e del Governo Renzi sui redditi più bassi. Rimandiamo al testo integrale del Rapporto per una discussione più ampia.
Si considerano in particolare l’aumento della detrazione Irpef per i lavoratori dipendenti deciso nell’ultima legge di stabilità, l’incremento dell’Iva, la nuova tassazione degli immobili e il bonus di 80 euro sui redditi da lavoro dipendente fino a 26mila euro.

IL GOVERNO LETTA

L’incremento della detrazione da lavoro dipendente incide ben poco sui poveri assoluti, a causa della scarsa frequenza dei redditi da lavoro nei bilanci di queste famiglie, mentre ha un impatto non insignificante, anche se molto basso, sui redditi delle famiglie in povertà relativa. Dopo i tanti episodi di parziale riforma dell’Irpef succedutisi negli ultimi quindici anni – che hanno agito soprattutto sulle detrazioni senza modificare le aliquote formali, le quali rimangono molto alte anche per redditi non elevati – molte famiglie povere hanno smesso di pagare l’Irpef e non possono vedere migliorato il proprio reddito attraverso maggiori detrazioni.
L’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva, da ottobre 2013 passata dal 21 al 22 per cento, è invece sicuramente regressivo sul reddito e danneggia proporzionalmente di più proprio le condizioni dei più poveri. Certo, se si fossero toccate anche le aliquote ridotte del 4 e del 10 per cento, che colpiscono soprattutto beni di prima necessità, l’impatto sarebbe stato ancora più regressivo, ma anche il solo intervento sull’aliquota ordinaria peggiora la distribuzione del reddito corrente.
La nuova imposta sulla prima casa ha effetti molto difficili da prevedere, perché dipendono dalle scelte di migliaia di enti diversi. Senza detrazioni, l’imposta sulla prima casa penalizza sicuramente le famiglie povere, a causa della forte diffusione della proprietà immobiliare. Con detrazioni molto alte, finanziate da aliquote elevate, l’impatto distributivo dovrebbe essere vicino a quello della vecchia Imu sulla prima casa: leggermente progressivo. Il fatto comunque che il prelievo sulla prima casa venga reintrodotto dopo un anno di assenza determina in ogni caso un calo del reddito anche per le famiglie povere.
L’effetto complessivo di queste misure a sostegno dei poveri è quindi stato nullo, anzi il loro reddito è diminuito.

IL BONUS DI RENZI

Lo sgravio Irpef di 80 euro al mese aiuta soprattutto i lavoratori a reddito basso, non le famiglie povere: solo una parte dei lavoratori a reddito basso vive in famiglie povere, e solo una piccola parte delle famiglie povere era soggetta a Irpef prima della riforma. Il bonus però va anche a famiglie che sono incapienti, se vi sono in esse lavoratori per i quali l’imposta lorda supera la sola detrazione da lavoro dipendente. Si tratta di un primo, modesto passo verso l’imposta negativa (una struttura fiscale in cui l’imposta per i redditi bassi non solo non si paga, ma si tramuta in un trasferimento monetario a loro vantaggio), l’unico modo attraverso il quale, volendo insistere con l’Irpef, si potrebbe incidere sul benessere di molte famiglie.

EFFETTI SUI REDDITI

Riassumiamo questi risultati con un grafico, che mostra per ogni 5 per cento delle famiglie italiane, la variazione percentuale del reddito disponibile prima e dopo i vari provvedimenti.
Le tre misure del Governo Letta riducono il reddito delle famiglie, perché l’aumento dell’Iva e la nuova imposta sulla casa più che compensano la maggiore detrazione Irpef. L’effetto è nel complesso molto lievemente progressivo, perché il calo in percentuale aumenta rispetto al reddito, ma si noti che proprio i più poveri subiscono una riduzione significativa, simile a quella di famiglie ben più ricche. I nuclei meno colpiti dagli interventi del Governo Letta sono quelli in povertà relativa, cioè non il 5 per cento più in basso, ma la fascia immediatamente successiva. Il bonus di 80 euro al mese inverte il segno del totale delle misure, con un saldo positivo per i tre quarti meno benestanti delle famiglie italiane.
Il segno complessivo delle quattro misure è quindi progressivo, ma l’impatto sull’area della povertà è insignificante: visto che il reddito dei poveri relativi aumenta in media dell’1 per cento e quello dei poveri assoluti dello 0,5 per cento, è inevitabile che gli indicatori di povertà relativa e assoluta rimangano praticamente immutati.

Grafico 1 – Variazione % del reddito disponibile delle famiglie a seguito delle variazioni di Irpef, Iva, imposta sulla prima casa e bonus di 80 euro al mese, per ventili di reddito disponibile equivalentebaldini 1

Nel complesso, finora, contro la povertà si è fatto ben poco. È evidente che i numeri sulla diffusione della povertà potranno ridimensionarsi solo se tornerà la crescita e si creeranno nuovi posti di lavoro, ma la capacità del sistema di tax-benefit italiano di sostenere i redditi nei momenti di crisi è davvero bassa. La scarsa attenzione del sistema di tassazione e trasferimenti per i più deboli poteva essere tollerata in tempi di “normale” crescita economica e con reti familiari ancora diffuse, ma diventa un’enorme palla al piede per l’intera società in un contesto sempre più incerto e mutevole. L’introduzione graduale di una misura contro la povertà assoluta, con tutte le dovute cautele per evitare il rischio di comportamenti opportunistici, sarebbe un grande passo avanti che, in questi anni, interesserebbe anche molte famiglie del ceto medio. (1)

(1) Nel sito QUI si presenta una dettagliata proposta per un reddito di inclusione sociale (Reis), formulata pochi mesi fa da un gruppo di ricerca coordinato da Cristiano Gori e sostenuto, tra gli altri, anche dalla Caritas.

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1 commento Commenta
Scritto il 18 luglio 2014 at 14:09

Grande agata!!!

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