Cara politica e care Banche: l’industria italiana sempre più in basso

Scritto il alle 09:43 da [email protected]

L’industria italiana verso lo sfacelo

 

Siamo tornati alla velocità di crollo del 2009, quando – all’indomani del crack
Lehmann – l’intera economia globale si era improvvisamente fermata.

Ma stavolta il problema è principalmente italiano.

Gli altri paesi d’Europa, e a maggior ragione del pianeta, viaggiano infatti su ritmi niente affatto esaltanti (quasi tutti sono in recessione, a parte la Cina e pochi altri) ma molto meno gravi di quelli italiani.

Il problema fondamentale è che la competivita delle nostre aziende non è sorretta da una politica di protezione dove l’unica parola pronunciata sono tasse!

Nessun tipo d’aiuto e il remare contro delle banche sta portando la nostra economia a dei livelli di non ritorno!

Se penso che basterebbe l’intervento mirato della politica a neutralizzare il potere bancario e costringere le banche a fare le banche…

Molto semplice questo meccanismo, riprendiamo a ridare credito alle aziende, se l’azienda può investire e produrre a sua volta assume! se l’azienda assume si riduce la disoccupazione! se la disoccupazione è ridotta la gente spende e investe! Ma possibile che nessuno lo proponga?
Ora vi inserisco i dati allarmanti:
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 22 di marzo 2012), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 7,6%, con un calo del 10,6% sul mercato interno e dell’1,0% su quello estero. Come si vede, il crollo annuale (il “tendenziale”) è spaventosamente alto ed è causato esclusivamente dalla componente “interna” (le esportazioni influiscono negativamente, ma solo per l’1%).
E’ quindi confermata la diagnosi: comprimendo i salari e l’occupazione, le pensioni e gli ammortizzatori sociali, i consumi interni precipitano. E quindi tutta la produzione che dovrebbe essere destinata al mercato domestico risulta penalizzata in modo drammatico.

Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano cali congiunturali per l’energia (-5,9%), per i beni intermedi (-1,2%) e per i beni strumentali (-0,2%), mentre sono in aumento i beni di consumo (+0,4%). Quest’ultima indicazione è solo apparentemente in contraddizione. source
Bisognerebbe infatti disaggregare il dato e si scoprirebbe che questo “leggero aumento” rappresenta la concentrazione dei consumi sui generi indispensabili, mentre calano più rapidamente quelli “superflui”, come la benzina per l’auto – “energia”).

L’indice grezzo del fatturato scende, in termini tendenziali, del 10,7%: il contributo più ampio a tale diminuzione viene dalla componente interna dei beni intermedi.

L’unico incremento tendenziale del fatturato si registra nel settore e della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, app. elettromedicali, app. di misurazione e orologi (+5,2%), mentre la diminuzione più marcata riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-20,8%).

Per quel che riguarda gli ordinativi totali (le “commesse” per l’immediato futuro), si registra un aumento congiunturale dell’1,6%, sintesi di una crescita dello 0,2% degli ordinativi interni (fermi, dunque) e del 3,6% di quelli esteri. Nella media degli ultimi tre mesi gli ordinativi totali diminuiscono del 3,2% rispetto al trimestre precedente.

Nel confronto con il mese di marzo 2012, l’indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 10,0%. L’unico aumento si registra nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+1,0%), mentre il calo più rilevante si osserva nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-17,6%).

E’ assolutamente evidente che le “politiche” messe in campo finora – tagli e “riforme strutturali” – hanno un effetto recessivo pesantissimo che ci sta portando sullo stesso sentiero della Grecia e del Portogallo. Alla faccia dei “proclami” con cui la peggiore classe politica mai approdata nelle stanze del governo ci ammorbano da mattina a sera.

Ecco il rapporto ISTAT completo

Leggete anche questo articolo di Paolo Cardenà: triste, vero e fa riflettere

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