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Evasione fiscale e Informazioni Finanziarie: ecco come la pensano in Svizzera

PREMESSA…
La missione della FINMA (Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) è quella di proteggere gli investitori, i creditori e gli assicurati e sorvegliare il buon funzionamento dei mercati finanziari.

La Finma considera rischioso lo scambio automatico di informazioni.
Il direttore della Finma, Patrick Raaflaub infatti, mette in guardia contro le conseguenze di uno scambio automatico di informazioni, che non è uno standard dell’Ocse…

A suo dire, il ruolo di pioniere della Svizzera potrebbe essere problematico per la piazza finanziaria.
E’ rischioso anche capitolare troppo precipitosamente, ha dichiarato il responsabile dell’Autorità di sorveglianza dei mercati finanziari in un’intervista alla SonntagsZeitung.
Lo scambio automatico di informazioni è tuttavia una questione politica alla quale un organo di sorveglianza non può rispondere.
Secondo Raaflaub, gli standard dell’Ocse sono un buon compromesso, senza dimenticare che fanno fede anche per le piazze finanziarie concorrenti. La Svizzera deve muoversi in accordo con il regolamento internazionale.
Riguardo alle critiche espresse nell’ambito dello scandalo del tasso interbancario Libor, soprattutto al fatto che la sorveglianza dei mercati finanziari era assente, Patrick Raaflaub ammette che vi sono aspettative giuste e realizzabili. Il sistema di sorveglianza non può tuttavia assicurare che simili situazioni non accadranno più. source

Ma come siamo arrivati a questo punto?
La Svizzera si dirige verso quello che le sue autorità politiche bancarie hanno sempre respinto con forza : lo scambio automatico di informazioni fiscali con l’estero.

L’accordo Fatca (Foreign account tax compliance act) concluso in dicembre con gli Stati Uniti è l’equivalente dello scambio automatico di informazioni fiscali. Il suo scopo è portare in dieci anni entrate per 8 miliardi di dollari. In virtù della dimensione internazionale di questa legislazione, gli Stati Uniti esigono da tutte le banche straniere che trasmettano le informazioni necessarie a tassare i contribuenti americani.

In altre parole, il governo di Washington è riuscito a privare il segreto bancario della sua sostanza. Le banche svizzere non possono più garantire ai clienti il rispetto della sfera privata, un vantaggio che aveva permesso alla piazza finanziaria elvetica di diventare leader mondiale della gestione patrimoniale.
Lo scambio automatico di informazioni fiscali diventerà probabilmente l’unica norma internazionale di collaborazione tra gli Stati. C’è un movimento volontario dei paesi membri dell’Ocse e del G20 verso questo sistema.

Tutto era iniziato nel 2009. La pressione internazionale conseguente alla peggior crisi economica degli ultimi 80 anni era aumentata e il G20 aveva minacciato di mettere la Svizzera sulla lista nera degli Stati non cooperativi in materia fiscale.
La Svizzera era accusata di incoraggiare e proteggere gli evasori fiscali. Negli Stati Uniti UBS era stata coinvolta in una spirale infernale per aver messo in opera un sistema di aiuto all’evasione fiscale. Il 18 febbraio 2009, attraverso la Finma UBS aveva consegnato alle autorità americane i dettagli di 255 conti intestati a clienti americani.
Il 13 marzo 2009 il Consiglio federale accettava di osservare la norma internazionale in materia di scambio di informazione fiscale. Lo stesso avevano fatto Lussemburgo, Belgio e Austria. Sotto il peso delle pressioni esterne, di fronte alle autorità estere il governo svizzero rinunciava alla sottile distinzione tra sottrazione fiscale (dichiarazione d’imposta incompleta o inesatta) e frode fiscale, indebolendo la portata del segreto bancario.

Da quattro anni la Svizzera tenta di attuare una strategia dei soldi puliti basata su tre pilastri : la conclusione di nuove convenzioni di doppia imposizione, la negoziazione di accordi sull’imposta alla fonte (Rubik) con i paesi vicini e la definizione di obblighi di diligenza delle banche al momento di accettare dei fondi.
Una politica che non raccoglie consensi unanimi né nella classe politica né tra i banchieri, più divisi che mai, come mostra la creazione nell’estate 2012 di una comunità di interessi che raggruppa le banche cantonali, il gruppo Raiffeisen, la Banca Migros e altri banche regionali.
Il 25 febbraio (e poi il 22 febbraio 2012), il Consiglio federale conferma che le banche devono rifiutare di stabilire relazioni d’affari o non accettare capitali quando sanno o presumono sulla base di sospetti fondati che i valori patrimoniali non sono dichiarati al fisco.

Il governo federale precisa che l’obbligo di diligenza delle banche potrebbe essere accompagnato dall’obbligo per il cliente di dichiarare di essere in regola con le autorità fiscali nel suo paese. Nessun progetto di legge viene però lanciato per concretizzare questa strategia.
Nell’autunno 2010 di fronte a una situazione che lascia le banche nell’incertezza, la Finma pubblica un documento dove obbliga le banche a analizzare le attività di gestione patrimoniale sotto l’aspetto dei rischi giuridici. Cioè, la Finma ritiene che le banche non debbano più accettare fondi non dichiarati.
La Finma conferma la sua politica il 27 marzo 2012 : “Un quadro legale che tollera la sottrazione fiscale oggi non ha più a vedere con la qualità. Facilitare o tollerare la sottrazione fiscale da parte di clienti stranieri non costituisce un modello di affari durevole.”

In questo contesto diverse banche chiedono ai loro clienti esteri una dichiarazione di pagamento delle imposte nel paese di residenza, un documento che però non è richiesto da alcun regolamento internazionale.
Sotto la pressione dell’Associazione svizzera dei banchieri, che respinge l’obbligo legale e generalizzato di questa pratica, il Consiglio federale dichiara, il 14 dicembre 2012, che intende impedire che le banche accettino fondi non dichiarati, ma che non intende obbligare i clienti delle banche a firmare un’auto dichiarazione fiscale. Il progetto di legge, che verrà messo in consultazione, imporrà solo un dovere di diligenza.

A fine agosto l’ex presidente della Banca nazionale svizzera, Philipp Hildebrand, commenta in una trasmissione televisiva che “entro cinque anni, forse dieci, il nome dei clienti esteri delle banche svizzere verrà consegnato automaticamente alle autorità estere”.
Un’opinione condivisa da diversi esperti del settore. Xavier Oberson, membro di diversi gruppi di esperti incaricati di esaminare il futuro del segreto bancario, considera che la Svizzera a medio termine non avrà molta scelta, dovrà inevitabilmente piegarsi ai regolamenti che le saranno imposti.

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