Le sofferenze delle banche e quelle delle imprese, quando le banche torneranno a fare le banche?

Scritto il alle 21:43 da Agata Marino

Sono giunta alla conclusione che il problema dei problemi in questo momento e’ che le banche non selezionano correttamente il credito. Perché ?

Perché non hanno strumenti o meglio quelli che hanno non sono adatti alla realtà.

Oggi tutto si basa sulla centrale rischi ( strumento utile ma stupido e migliorabile) sull’ andamentale ( insoluti circolazione dei crediti sconfinamenti) e sul bilancio.

Il rating lo danno delle agenzie interne alle banche che non conoscono e non hanno mai visto l’impresa che stanno giudicando e qui mi domando i direttori a cosa servono!!. Sono tutti elementi utili ma insufficenti a valutare un PMI italiana.

Lasciamo stare i bilanci poi, quanti sono veritieri?

Il 50 forse…. Allora occorre ripartire da qua.

Creare delle mini agenzie di rating locali esterne alle banche con il coinvolgimento degli ordini professionali e allargare gli elementi su cui si basa il giudizio, usare la figura del direttore come veniva utilizzato un tempo anche perchè se no a cosa serve.

Un’impresa che ha il collegio sindacale, i magazzino fiscale, una certificazione ISO tanto per fare alcuni esempi può e deve avere una corsia preferenziale rispetto ad una che non ha queste caratteristiche.

I dati segnalano una continua crescita dei crediti bancari in sofferenza.

Altra cosa che mi lascia perplessa sono le tantissime pubblicità su possibili aiuti e fidi e mutui che si possono leggere andando in banca….

Le banche rispondono, da una parte, con politiche di accantonamento meno rigorose rispetto al passato; dall’altra, con restrizioni del credito( cosa gravissima perchè senza credito l’economia non si muove e collassa).

Imprese solide, ma illiquide, vengono così portate al fallimento, e questo è veramente raccapricciante, in un circolo vizioso che, alla fine, incrementa ancora le sofferenze bancarie.

Fondamentale che i banchieri  tornino a selezionare con giudizio chi è meritevole di essere finanziato, perché ha un progetto imprenditoriale valido, e chi, invece, non ha più possibilità di competere sul mercato, iniziare a vedere non solo crif ma vedere i beni perchè è assurdo ma se siete segnalati in Crif e avete immobili da poter dare in garanzia le banche vi danno il due di picche.

Ora cerchiamo di analizzare le sofferenze sia del settore che dei clienti sofferenti, Vi propongo questo interessante articolo del la Voce

Continua inarrestabile la crescita dei crediti bancari in sofferenza. I dati relativi allo scorso marzo segnalano che le gravi inadempienze delle imprese nel rimborsare i finanziamenti bancari sono cresciute di quasi il 15 per cento su base annua (vedi il grafico 1).

L’ANDAMENTO DELLE SOFFERENZE

Il rallentamento registrato rispetto al mese scorso, in cui la crescita era stata del 17 per cento circa, e nei confronti di un anno prima, quando si era osservato un incremento che sfiorava quasi il 50 per cento, non è però di molto conforto. La flessione della dinamica dei crediti non rimborsati fa da contraltare alla flessione della consistenza dei finanziamenti erogati alle imprese. Ne consegue che il rapporto tra sofferenze, al lordo delle svalutazioni apportate dalle banche per tener conto dei presumibili mancati introiti, e gli impieghi erogati è andato ulteriormente crescendo: a marzo 2012 ha toccato il livello dell’8,2 per cento, un punto percentuale in più rispetto a un anno prima (vedi grafico 2).

Grafico 1

Anche sul fronte delle famiglie consumatrici le dinamiche sono del tutto analoghe a quelle delle imprese, con la differenza però che l’incidenza dei crediti insoluti sul totale dei finanziamenti è ben più bassa: 5 per cento a marzo, circa mezzo punto percentuale in più rispetto a un anno prima.

LA RISCHIOSITÀ DEL CREDITO NEI BILANCI DEI PRINCIPALI GRUPPI BANCARI

Il continuo deterioramento del portafoglio crediti sta minando lo stato di salute dei bilanci di molte banche italiane. In particolare, la Banca d’Italia, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, ha posto in evidenza come, per i primi cinque gruppi bancari, i crediti vantati verso quei prenditori di fondi che hanno mostrato negli ultimi mesi alcune difficoltà nello stare al passo con i rimborsi (cosiddetti crediti deteriorati), al netto delle rettifiche di valore, sono ammontati al 65 per cento del patrimonio di vigilanza, un valore di tre punti percentuali più alto rispetto a un anno prima. Inoltre, per evitare di aggravare ulteriormente il risultato del conto economico, già particolarmente depresso dalle svalutazioni del portafoglio titoli e delle partecipazioni azionarie nonché dell’avviamento, questi stessi istituti di credito hanno attuato politiche di accantonamento su crediti dubbi meno rigorose rispetto al passato. Il tasso di copertura, pari al rapporto tra la consistenza delle rettifiche e l’ammontare lordo delle sofferenze, nel dicembre del 2011 è stato pari a circa il 57 per cento, contro il 63 per cento del triennio 2006-2008. Di fatto si è creato, quindi, il paradosso contabile per cui il giudizio delle banche circa la possibilità di recuperare i propri crediti dubbi è migliore rispetto a quello del periodo precedente la recessione economica. Tralasciando il fatto che la gravità della situazione attuale, per il principio della sana e prudente gestione, dovrebbe portare ad attuare criteri di contabilizzazione dei crediti più severi rispetti al passato, la Banca d’Italia stima in 5 miliardi e mezzo l’ammontare degli ulteriori accantonamenti necessari per riportare i banchieri dei principali gruppi italiani verso quel grado di prudenza che avevano adottato prima della crisi.

Grafico 2

La reazione dei grandi gruppi sembra, invece, essere quella di restringere i cordoni del credito per evitare un ulteriore peggioramento del loro portafoglio crediti. Ciò che sta avvenendo, quindi, è che imprese, soprattutto di minore dimensione, sono ritenute più rischiose in quanto hanno forti problemi di liquidità. Il sistema dei finanziamenti destinati a queste imprese, basato soprattutto sulla possibilità di rivalersi sulle garanzie reali e personali offerte dal titolare dell’impresa stessa, non funziona più in questa fase in cui è molto difficile rendere liquidi gli investimenti immobiliari e dove i patrimoni finanziari si sono notevolmente deprezzati.

Il basso livello della domanda internazionale e, soprattutto nazionale, sta poi depauperando le risorse che prima giungevano alle imprese attraverso l’autofinanziamento.
Succede quindi sempre più spesso che imprese solide, ma illiquide, vengano portate al fallimento dalla chiusura dei rubinetti del credito, mettendo in moto un circolo vizioso che coinvolge fornitori e clientela delle aziende fallite e facendo in ultima istanza incrementare ulteriormente le sofferenze bancarie.

Sarebbe invece fondamentale, nell’attuale fase economico-sociale del nostro paese, che i banchieri italiani tornassero a selezionare con giudizio chi è meritevole di essere finanziato, in quanto dispone di un progetto imprenditoriale valido, e chi, invece, non ha più le possibilità per competere sul mercato.

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